I dolci piedi di loto

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(Tratto da “Quaderni trimestrali di Kundalini Yoga” – Anno 1, n° 3 – Settembre 1986 – Gobinde Singh Khalsa)

Contrariamente a quanto spesso si crede, il Guru non è necessariamente una persona; il Guru è un concetto (una parola) che, eventualmente, può assumere sembianze umane.

Quando un essere umano sa raccogliere in sé gli attributi della Saggezza Infinita, allora può essere chiamato Guru.

Gesù Cristo, in Occidente (ma lo stesso discorso può valere per Buddha, Maometto, Nanak, etc.), è l’esempio tipico del Guru. Cristo inteso come Via verso Dio, uomo capace di trascendere la dimensione umana e partecipare della natura divina, figlio di Dio, ovvero Dio egli stesso. Non importa più la sua esistenza storica, conta la “figura”, quel che rappresenta, il concetto metatemporale e metapaziale di guida nel cammino spirituale.

Nelle ultime righe del Japji Sahib, Guru Nanak dice: “Pavan Guru”, il Guru è il soffio vitale, ovvero la trasparente saggezza che rivela la presenza di Dio in ogni cosa.

Il Guru è la saggezza che permea la creazione intera. Quell’essere umano che sa vivere e mostrare agli altri il passaggio dal buio dell’ignoranza alla luce della conoscenza, quell’uomo può essere chiamato con il nome stesso della saggezza, perché non è lui che parla, ma è la saggezza che parla attraverso di lui: “Non c’è distinzione tra Dio ed i suoi Santi” (Guru Arjan).

L’attributo fondamentale del Guru è la grazia. Si dice che non possa esserci rapporto con Dio se non per grazia del Guru, ovvero per dono o rivelazione. La volontà ci è data per chiamare, chiamare e ancora chiamare, ma la risposta dipende solo dallo stato di grazia.

Il rapporto tra il devoto ed il Guru è basato sulla polarità testa-piedi. Si dice che solo dando la propria testa al Guru, ovvero rinunciando a se stessi, si potrà ottenere la Sia grazia, ci si potrà unire con l’Amato. Quando la testa si abbassa nell’inchino e tocca i piedi del Guru, il chakra che resta più in alto è quello del cuore, il centro dell’amore e della verità. Qui dimora la pace, l’armonia tra il triangolo superiore ed il triangolo inferiore, la neutralizzazione degli opposti che conduce all’unione mistica, allo Yoga perfetto.

loto-pikist.comI piedi del Guru sono chiamati i “dolci piedi di loto”. Il loto è un simbolo di perfezione, i piedi sono il luogo più basso e umile. Il riconoscimento della perfezione anche nel luogo più umile della creazione porta il dolce nettare della conoscenza. Solo abbassandoci verremmo innalzati, solo umiliandoci verremo esaltati.

In Oriente, quando l’allievo o chela (pronuncia “cela”) si presentava al maestro, si inchinava per toccare con la fronte la polvere calpestata dai piedi del guru e non si alzava da quella posizione di riverenza fino a che il maestro non gli batteva una mano sulla spalla. Di solito quel segnale arrivava immediato, ma a volte poteva accadere che il maestro se ne andasse a fare una passeggiata con un amico o con altri studenti e che il chela dovesse rimanere in quella posizione di riverenza per diverse ore o forse anche per giorni. Poi, come se niente fosse accaduto, il maestro tornava e liberava l’allievo dalla posizione toccandogli la spalla. Si dice che in quel momento, da quel tocco di compassione, l’allievo ottenesse l’illuminazione.

Non è un caso che la posizione dello Yoga in cui si porta la testa in contatto con il suolo e si sollevano le mani verso il cielo sia chiamata yogamudra: la mudra dello Yoga, il sigillo dell’unione con Dio.

 

Trascrizione a cura di Sujan Singh

 

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